L’obsolescenza programmata è un male?

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Per quanto lo trattiate bene sappiate che è impossibile tenersi uno smartphone completamente funzionante per più di una manciata d’anni, se siete fortunati. Sono in molti a credere che si tratti di un complotto segreto dei produttori ma in realtà di segreto non c’è proprio nulla, anzi l’obsolescenza programmata, questo il nome a cui ci riferiamo, è una particolarità curiosa del mercato hi-tech con la quale sarebbe opportuno prendere un po’ di dimestichezza.

Una nota storica.

L’obsolescenza programmata affonda le sua radici nel lontano 1924 quando le aziende che operavano nel settore elettrico, particolarmente i produttori di lampadine, si riunirono in un cartello industriale nel quale furono decisi prezzi, modalità di produzione e anche che le lampadine non superassero le 1000 ore di durata per consentire strategie di mercato più snelle e garantire longevità alle aziende. Dal canto loro i produttori sostennero che aumentare le ore di utilizzo avrebbe inficiato lo stato tecnico dei materiali portandoli vicino ai loro limiti: significa meno luce ed instabilità dell’intensità luminosa. Però qualche anno fa, in un documentario, è stata mostrata una lampadina prodotta nel 1901 e ancora perfettamente funzionante.

Una carognata vantaggiosa.

Anche se l’obsolescenza programmata ci sembra uno sgambetto bello e buono dobbiamo sforzarci di pensare che il mercato ha bisogno di movimento costante e, paradossalmente, chi riesce a tenersi un gadget tecnologico per svariati anni non solo finisce per essere escluso dalle novità ma impedisce, nel suo piccolo, lo sviluppo di nuovi prodotti. Certo è, d’altro canto, che spendere 800€ l’ultimo modello di iPhone per poi scoprire che durerà al massimo 3 anni è una brutta botta.

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