Uscita ottica: la connessione dimenticata dei dispositivi hi-tech

Siamo a metà degli anni ’80 e in qualsiasi dispositivo elettronico che sfruttasse collegamenti esterni si vedeva quella che abbiamo tutti imparato a riconoscere come l’uscita ottica: un connettore di forma quadrata che il più delle volte languiva inutilizzato e impolverato. Questo perché a quel tempo non esistevano ancora gli impianti ad altissima fedeltà e nemmeno i modelli 7.1 che abbiamo oggi in casa.

L’uscita ottica si usa principalmente per gestire l’audio e ha una resa molto maggiore, ovvero un segnale più pulito, poiché l’informazione viene trasmessa mediante la luce su fibra ottica piuttosto che con impulsi elettrici su cavi di rame.

Quasi dimenticata e poco sfruttata, l’uscita ottica però presenta delle peculiarità che non dobbiamo sottovalutare. Oggi siamo abituati a collegare un cavetto HDMI all’impianto e a ad avere video o audio comodamente sulla TV ma non possiamo isolare l’audio per cui spesso non si possono usare alcuni tipi di impianti (specie quelli datati) perché o non vediamo sulla sullo schermo, oppure, se vediamo, non abbiamo l’audio. Allora si può sfruttare l’uscita ottica per l’audio e l’HDMI per il video.

Uno dei grossi problemi che si hanno con la gestione dell’audio è quello legato al ronzio della casse. Il fenomeno lo conosciamo piuttosto bene ed è generato dal problema del riferimento di massa: in pratica ogni componente elettrico o piccola parte del circuito ha bisogno di un riferimento di massa per funzionare (una specie di fondoscala) e se più componenti hanno riferimenti diversi allora ecco quel ronzio fastidioso. Lo si risolve facilmente con l’uscita ottica che, funzionando con la fibra ottica, non ha bisogno di riferimento a massa.

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